Zygmunt Bauman, Carlo Bordoni e “Stato di crisi”: quando l’eccezione diventa struttura

Zygmunt Bauman, Carlo Bordoni e “Stato di crisi”: quando l’eccezione diventa struttura

Ci sono periodi storici in cui la parola “crisi” indica una frattura temporanea.
E poi ci sono epoche in cui la crisi diventa condizione permanente.

Stato di crisi, dialogo tra Zygmunt Bauman e Carlo Bordoni pubblicato nel 2015, appartiene alla seconda categoria. Non analizza un evento isolato. Interroga una trasformazione strutturale: la progressiva dissoluzione delle certezze politiche e sociali della modernità occidentale.

Per comprendere il libro, però, occorre partire dagli uomini che lo hanno scritto.


Zygmunt Bauman: il Novecento vissuto come esperienza diretta

Zygmunt Bauman nasce il 19 novembre 1925 a Poznań, in Polonia, in una famiglia ebrea di modeste condizioni. La sua giovinezza coincide con uno dei momenti più drammatici del XX secolo.

Nel 1939, con l’invasione nazista della Polonia, la famiglia fugge verso l’Unione Sovietica. L’esperienza dell’esilio non è un dettaglio biografico: segna l’inizio di una vita attraversata dalla frattura politica.

Durante la Seconda guerra mondiale Bauman si arruola nell’esercito polacco sotto comando sovietico e partecipa alla campagna contro la Germania nazista. Dopo il conflitto, rientra in Polonia e studia sociologia all’Università di Varsavia.

Negli anni Cinquanta e Sessanta diventa docente universitario e figura accademica riconosciuta nella Polonia socialista. È un periodo complesso: Bauman è inizialmente vicino al marxismo, ma progressivamente assume una postura critica verso il regime.

Nel 1968, durante la campagna antisemita promossa dal governo comunista polacco, viene espulso dall’università e costretto a lasciare il Paese. È un secondo esilio.

Si trasferisce prima in Israele e poi nel Regno Unito, dove diventa professore di sociologia all’Università di Leeds. È in Inghilterra che matura la fase più influente del suo pensiero.

Con Modernità e Olocausto (1989) propone una tesi radicale: lo sterminio nazista non fu un incidente irrazionale, ma un prodotto possibile della razionalità moderna, della burocrazia, dell’organizzazione tecnica.

Negli anni successivi elabora la teoria della “modernità liquida”: una società in cui le strutture solide — lavoro stabile, Stato sociale, identità collettive — si dissolvono progressivamente sotto la pressione della globalizzazione e della finanziarizzazione.

Tra le opere più note:

  • Vita liquida
  • Paura liquida
  • Consumo, dunque sono
  • La solitudine del cittadino globale

Bauman muore il 9 gennaio 2017 a Leeds. Il suo pensiero rimane uno dei tentativi più articolati di interpretare il passaggio dalla modernità industriale alla fase globale contemporanea.


Carlo Bordoni: la transizione osservata dall’interno delle democrazie occidentali

Carlo Bordoni nasce nel 1938 in Italia, in un’Europa che sta ricostruendo se stessa dopo la guerra. La sua formazione si sviluppa nel contesto del dopoguerra italiano, durante il boom economico, l’espansione dei mass media e la nascita della società dei consumi.

Ha insegnato Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Firenze. I suoi studi si sono concentrati sulla trasformazione dello Stato moderno, sull’evoluzione della comunicazione di massa e sui mutamenti culturali legati alla globalizzazione.

A differenza di Bauman, la cui biografia è segnata da guerre ed esili, Bordoni osserva la crisi dall’interno delle democrazie occidentali mature. Il suo sguardo è quello di chi ha visto consolidarsi lo Stato sociale e poi progressivamente indebolirsi.

Il dialogo tra Bauman e Bordoni nasce da questa doppia prospettiva:
un intellettuale segnato dalle fratture del Novecento e un sociologo che ha studiato la trasformazione delle istituzioni nella fase post-industriale.


“Stato di crisi”: un dialogo sulla trasformazione della modernità

Stato di crisi non è un saggio tradizionale scritto a quattro mani. È un confronto dialogico, un percorso argomentativo costruito attraverso domande e risposte.

Il punto di partenza è semplice ma radicale: la crisi non è più un evento straordinario. È diventata il contesto normale della vita collettiva.


1. La crisi dello Stato nazionale

Bauman e Bordoni osservano come lo Stato moderno, nato tra XIX e XX secolo come struttura capace di controllare territorio, economia e popolazione, abbia progressivamente perso capacità di governo effettivo.

I mercati finanziari, le multinazionali, i flussi digitali e migratori superano i confini politici. Il potere economico si globalizza, mentre la politica resta ancorata a strutture nazionali.

Si produce così una separazione tra potere e politica:
il potere si muove a livello globale;
la politica resta locale.

Questo scarto genera impotenza percepita.


2. La trasformazione della democrazia rappresentativa

Il libro non sostiene la “fine” della democrazia, ma ne analizza la trasformazione.

Se le decisioni cruciali vengono prese in contesti sovranazionali o finanziari difficilmente controllabili dai cittadini, il voto mantiene valore formale ma perde efficacia percepita.

Il risultato non è necessariamente autoritarismo, ma disillusione.

La crisi democratica, nel dialogo tra Bauman e Bordoni, è meno spettacolare e più silenziosa: si manifesta nella perdita di fiducia, nella distanza crescente tra istituzioni e cittadini.


3. La precarizzazione dell’individuo

La modernità “solida” del Novecento offriva stabilità: lavoro duraturo, appartenenza sindacale, identità collettive definite.

Nella fase “liquida”, invece:

  • il lavoro diventa intermittente
  • le carriere sono discontinue
  • le comunità si frammentano
  • l’individuo è responsabile della propria sopravvivenza

L’insicurezza non è più un’eccezione, ma una condizione diffusa.

Non si tratta solo di economia. È una trasformazione culturale.


4. La retorica permanente dell’emergenza

Uno dei passaggi più significativi del libro riguarda l’uso politico della parola “crisi”.

Se la crisi diventa permanente, anche l’eccezione rischia di normalizzarsi.

Le politiche emergenziali — giustificate da instabilità economiche, terroristiche, sanitarie — possono diventare strumenti ordinari di governo.

Bauman e Bordoni non formulano accuse ideologiche. Analizzano un meccanismo: quando l’eccezione si prolunga, smette di apparire tale.


Un’analisi, non una profezia

Stato di crisi non è un testo apocalittico. Non annuncia il collasso imminente. Non propone ricette semplicistiche.

È un libro interpretativo.

Invita a distinguere tra evento e struttura. Tra emergenza reale e condizione sistemica.

Le domande che lascia aperte non sono slogan:

  • Lo Stato può recuperare capacità regolativa in un mondo globale?
  • La democrazia rappresentativa è sufficiente nell’era digitale?
  • Come si ricostruisce fiducia collettiva in una società frammentata?

Bauman diffida delle soluzioni rapide. Bordoni invita a leggere la transizione come processo storico, non come declino inevitabile.


Perché leggerlo oggi

In un tempo in cui la parola “crisi” compare in ogni ambito — economica, climatica, energetica, istituzionale — il rischio maggiore non è l’instabilità in sé, ma l’assuefazione all’instabilità.

Quando la crisi diventa sfondo permanente, smette di essere interrogata.

Il libro di Bauman e Bordoni non offre consolazioni.
Offre strumenti concettuali.

E in un’epoca di informazione accelerata, comprendere la struttura dei fenomeni può essere il primo passo per non subirli passivamente.

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